2. A/R.

C’erano pomeriggi in cui io e Buvaël ci sdraiavamo in giardino a guardare il cielo. Sia che ci fosse il sole sia che ci fosse un po’ di pioggia, incuranti del raffreddore e degli schiaffi delle nostre madri.

Pomeriggi in cui guardavamo gli aerei partire alla luce del tramonto, oppure stormi di piccioni scappare da una parte all’altra della città. Pomeriggi in cui preferivamo il silenzio a tutte quelle parole che alle volte ti tolgono la capacità di respirare.

Come ad esempio quel giorno in cui suo padre partì per lavoro.

“Ciao Bubi”.
“Ciao Ichi”.
“Come stai oggi?”

Non mi aveva risposto subito. L’avevo visto sedersi sull’erba umida di novembre e guardare il cielo. E allora mi ero seduta accanto a lui e avevo appoggiato la testa sulla sua spalla.

“Oggi è partito”.

Non avevo chiesto altro, ché con lui dovevi essere come un’equilibrista in grado di non cadere nonostante il vestito tutto panneggi. Ero rimasta lì a guardare il cielo con lui e avevo inspirato l’aria che cominciava a essere un po’ più fredda del solito.

“Credi che nevicherà quest’anno, Bubi?”
“Non saprei…”
“Sai, mi piacerebbe guardare la neve cadere da casa nostra”.
“E come la guarderesti?”
“Mi sederei sul divano dietro alla finestra e farei finta di essere sdraiata sull’erba, come fossimo qui”.
“Allora, se stesse nevicando, cosa faremmo ora?”
“Ti stringerei forte per sentire meno freddo e per distrarti”.
“Distrarmi?”
“Ovvio, riempirei una mano di neve e te la schiaccerei lungo la schiena”.
“Ichi!”
“Cosa?!” Avevo fatto una pausa. “Dov’è andato?”
“Lontano”.
“Quanto lontano?”
“Dall’altra parte del mondo”.
“E tu?”
“Io sono contento perché sta seguendo quello che gli piace fare. Lui ama il suo lavoro”.
“E ama anche te”.
“Mah…”
“Ne sono sicura, sennò non sarebbe partito”.
“Ma a me manca quando va via”.
“Lo so, Bubi; lo so. E penso che anche a lui tu manchi da morire”.
“Dici?”
“Dico”.
“E allora perché va?”
“Perché deve e perché così potrà portarti tante storie e tanti regali”.
“Mi porterà un regalo?”
“Beh, di sicuro! Penserà a te tutto il tempo!”
“E cosa mi porterà?”
“Non ho la sfera di cristallo, Bubi. Non so neanche se nevicherà quest’inverno!”
“Mh. Come faccio a fidarmi di te?”
“Sono una bambina, ho sempre ragione!”
“Quanto sei scema…”
“Non è vero!”
“Allora facciamo che se ho ragione, mi dai una parte del tuo regalo”.
“No, mai!”
“Allora vedi che in fondo pensi anche tu che abbia ragione?”
“Scema”. E aveva improvvisamente abbassato il tono di voce.
“Tornerà presto, Buvaël. Tornerà presto e avrete di nuovo tanto tempo per stare insieme e giocare”.

Avevamo guardato gli aerei passare nel cielo e avevamo immaginato la storia di ogni passeggero: chi andava dove e perché. Chi abbandonava casa e chi scappava dalla sua famiglia, chi andava a trovare il suo amore e chi andava a fare festa, chi aveva qualcosa da salvare e chi qualcosa da distruggere, ma soprattutto chi aveva motivo di tornare e perché.

“Bubi, ci pensi mai?”
“A cosa, Ichi?”
“Al fatto che un giorno magari smetteremo di correre e sognare di viaggiare?”

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2 pensieri su “2. A/R.

  1. Nell’ultima frase c’è già la consapevolezza che un’età sta per finire e con essa certi sogni e la voglia di giocare.
    Bello questo brano, molto scorrevole, si legge con piacere.

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