3. Sul crescere

© Jarek Puczel

Buvaël era il mio migliore amico.

Non importava che giorno fosse, che ora fosse, dove mi trovassi nel mondo. Non gli importava che partissi senza di lui, senza portarlo con me fisicamente.

“Anche se siamo lontani, se ci separano i chilometri, noi siamo sempre così”, mi aveva indicata mentre mi nascondevo in un suo abbraccio. “Ti tengo sempre con me, stretta a me”.

E allora avevo pianto, perché i sentimenti che provavo per Bubi erano troppo forti e io non lo sapevo mica se tutto quello andasse bene. Non sapevo se potessi non averne paura e smettere di scappare.

Buvaël era il mio migliore amico.

Eppure, quando trovi una persona che rimane nonostante tutto, nonostante i difetti e le difficoltà, finisci per innamorarti di qualcun altro. Di uno che magari vede il bene in te e lo usa, senza capire poi niente di quello che ti sta succedendo. Senza che possa poi davvero parlarne con l’unica persona a cui dovresti raccontare tutto quello che c’è da dire. Tutto quello che ti affoga, giorno dopo giorno.

E così finii per innamorarmi di Eler, un ragazzo timido e tanto chiuso che con il suo odio per se stesso finii per affossare anche me.

Cosa non si fa per amore, alle volte. amore con la lettera minuscola. amore che non dura e che forse amore non è. Illusione, desiderio di essere amati, apprezzare una persona che ti apprezza al di là del tuo io quotidiano, di quelle persone che ti conoscono meglio.

E forse è proprio lì l’inghippo. Forse è proprio lì che si cade.

La ricerca dello straordinario, del dramma, della passione, del continuo scambio di impressioni. Confondersi nell’altro e perdersi in se stessi. Perdere se stessi, alla fine della storia.

“Bubi…”
“Dimmi, Ichi”.
“Non so se sia fatta per amare”.
“Ma che dici? Perché dici così?”
“Così”, alzai le spalle.
“Smetti di fare la stupida e di dire cose senza senso. Non è che amare è essere sempre felici, sempre belli, sempre sorridenti e sempre innamorati. Non è avere sempre le farfalle nello stomaco”.
“E perché?”
“Perché la vita a volte fa schifo ed è vero che sarebbe molto più facile finirla, metterci un punto e non andare oltre. Solo che è bello stare insieme anche in quei giorni in cui si sta un po’ così”.
“Sì?”
“Sì. E non è bello vedere che ti isoli e ti chiudi in un mondo dove nessuno può entrare, dove neanche tu riesci a trovare un appiglio”.
“Non so cosa farci”.
“Lasciati amare. Lascia che qualcuno rimanga al tuo fianco e smetti di torturarti su quello che è stato e non puoi cambiare e quello che sarà e non puoi prevedere”.
“Bubi…”
“Eh?”
“Vorrei essermene accorta prima”.
“Di cosa?”
“Di te”.
“Di che?”
“Di te che mi stai accanto. Di te che mi vuoi tenere la mano finché ne avrai energia. Avrei voluto lasciarti stare davvero accanto a me molto prima”.
“Non siamo in uno di quei film però, lo sai?”
“Già. E quindi ormai è andata?”
“Non lo so. Però ora ci devi credere anche tu”.

E non so se ci credessi o meno, ma volevo provarci e vedere fino a che punto sarei potuta arrivare. Fino a che punto l’essere in due sarebbe andato contro l’essere in sé e solo per sé, senza problemi, senza dover rendere conto a nessuno, senza preoccuparsi del dolore.

In fondo era quello che volevo, no?

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