1. L’inizio

Ho conosciuto Buvaël un pomeriggio di fine estate.

La prima volta che l’ho visto era un bambino alto poco più che un metro ed era come una bestiolina docile con tutti: si lasciava accarezzare, sorrideva, non urlava, non faceva le boccacce. Era conosciuto da tutto il vicinato come il bambino modello – e le sentivi le signore anziane fare i complimenti a sua madre al supermercato o quando camminava per strada.

Abitavamo entrambi al piano terra della scala B di un condominio di periferia, quelle case con il giardino comunicante, in cui solo le pareti spesse di cemento imbiancato isolavano le voci che animavano gli appartamenti.

Non ricordo come sia cominciato tutto, ricordo solo che, a un certo punto, si era affacciato alla mia staccionata con uno sguardo un po’ malefico e mi aveva fatto segno di avvicinarmi. Non ricordo esattamente neanche cosa mi disse, né cosa volesse da me, ma è certo che da quel giorno non ci siamo più separati.

Crescere con lui è stato, come dire… faticoso. A dispetto dell’apparenza, Buvaël era un bambino pieno di energie che tendeva trappole a chiunque. Chi-un-que. Faceva gli occhi dolci e poi alla prima occasione rubava dolci, caramelle e chiavi di casa, che lasciava poi in posti così banali che la vittima dello scherzo non poteva fare altro che biasimarsi per la propria distrazione.

Comunque non ho mai capito perché gli stessi così simpatica ai tempi, cosa ci trovasse in me. Io stavo sempre da sola, leggevo un sacco di libri per bambini e riviste che di solito piacevano agli adulti: un’outsider, per dirla all’inglese. Eppure un giorno arrivò tutto trafelato: aveva dodici anni e io ne stavo per compiere dieci.

“Ichi, Ichi!!! Ichi, dove sei?”, gridava come impazzito.
“Arrivo, Buvaël, arrivo!”. Indossavo dei pantaloncini rosa e lilla a fiorellini e una maglietta bianca. “Bubi, cos’è successo? Se fai così mi preoccupo”.

Allora mi aveva presa per mano, portata vicino ai cespugli di siepi illuminati dal sole di settembre e aveva tirato fuori una tavoletta di cioccolato.

“Buvaël, mi vuoi parlare?”, era fuori di sé e non apriva bocca.
“Ecco… Ichi… Ichi, se parlo mi prometti che non riderai di me e non scapperai a gambe levate?”
“È una cosa brutta?”
“Non lo so”.
“Mi stai dando del cioccolato spalmato di cibo per gatti?”
“No!”, aveva esclamato quasi offeso, mentre trattenevo a stento una risatina.
“Allora parla, su!”
“Ecco, Ichi, ho deciso che quando saremo grandi tu verrai a vivere con me e ti porterò in una casa bellissima da cui si vedono le montagne al tramonto!”

Si era fatto serio in attesa di una mia reazione, anche se non mi guardava e sembrava perso nel vuoto del cielo.

“Non lo so, Bubi. Perché mi dici questo?”
“Perché tutte le persone ci lasciano e se ne vanno via, ma tu sei la persona più speciale che conosco. Sei tutta strana e senza senso e li vedo gli altri ridere di te, ma per me sei la più bella e non voglio perderti mai”.
Ero rimasta in silenzio.
“Allora che ne dici?”
“Che se non ci saranno le montagne e mi torturerai al tramonto, cambierò la serratura e preparerò le valigie!”
“Come se fossimo in un film!”
“Sei tu che mi prometti cose impossibili!”
“Mi stai sfidando?”
“Sì”.
“Allora ti sfido anche io. E ricorda: niente torture, sennò me ne vado!”

Mi aveva passato un pezzo di cioccolato bianco, il suo preferito, mi aveva dato un bacio sulla guancia ed era andato via.

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